USCIRE DALL’INVERNO DEMOGRAFICO...

...SI PUO’. E SI DEVE

Di > Giosetta Ciuffa >>

Famiglia e natalità dovrebbero essere le parole chiave di questo 2021. Un anno che, si spera, dovrà rappresentare il punto zero della ripartenza e della rinascita, sociale prim’ancora che economica. Una rinascita fondata sui fondamentali. E che in quanto tale deve poggiare su pilastri quali la demografia per andare in controtendenza rispetto al recente passato.

A gennaio 2020 l’Istat già contava 178 individui sopra i 65 anni ogni 100 sotto i 16, cosa che ci rende il secondo Paese più vecchio dopo il Giappone. E poiché, però, siamo anche tra i più longevi, nel 2050 saranno 284 per l’invecchiamento dei baby boomers, con 6 milioni di persone in meno in età da lavoro. E da loro dipendono i servizi basati sui contribuenti come le pensioni, che si assottigliano sempre di più, e il servizio sanitario, che potrebbe diventare a pagamento. La pandemia inoltre ha portato a rinviare progetti familiari, ragion per cui nel 2021 l’Italia potrebbe crollare a sole 393mila nascite.

Nelle parole di Donatella Possemato, direttrice della romana casa di cura Santa Famiglia - unica mono-specialistica italiana, nella notte di Capodanno ha favorito la nascita di 12 bimbi - si ritrovano comuni sentimenti di legittima apprensione: “Non solo dovrebbe preoccuparci la crisi sanitaria; parallelamente c’è un numero tragico di culle vuote. L’Istat per il 2021 stima che le nascite possano scendere sotto le 400mila unità: non è più differibile un ripensamento delle politiche di sostegno alle famiglie e alle coppie che vogliono intraprendere un percorso di genitorialità. Non solo: è fondamentale azionare anche un’adeguata protezione per le fasce più fragili, come le donne che decidono di avere un figlio senza un marito o un compagno, perché ad esempio non possono permettersi ancora di andare a vivere insieme. Non possiamo negare la genitorialità alla donna, dobbiamo recuperare questo sano istinto alla maternità, un istinto primordiale”.

Da “addetta ai lavori”, la dottoressa Possemato sa bene di che cosa parla. Snocciola i più recenti dati Istat, secondo i quali nel 2019 i neonati sono stati 420.084, quasi 20mila in meno rispetto al 2018 (-4,5%) e oltre 156mila in meno rispetto al 2008 (-27%). Un calo attribuibile quasi esclusivamente alle nascite da genitori entrambi italiani: 327.724 nel 2019, oltre 152mila in meno rispetto al 2008. Non ha figli quasi la metà delle donne italiane tra i 18 e i 49 anni (fascia d’età convenzionalmente considerata riproduttiva) ma solo il 5% dice di non volerne. Inoltre sempre meno numerose sono le donne in età fertile e generazioni più giovani per via del baby-bust, il forte calo della fecondità tra 1976 e 1995 che ha portato al minimo storico di 1,19 figli per donna; fatto che però a partire dagli anni Duemila era stato parzialmente tamponato dall’immigrazione, che ha sì finora contenuto gli effetti del calo di fecondità ma che è sempre meno efficace. Ecco quindi che il numero medio di figli per donna continua a scendere: 1,27 per il complesso delle donne residenti (1,29 nel 2018 e 1,46 nel 2010, anno di massimo relativo della fecondità). Al nord i livelli più elevati di fecondità riferiti al totale delle residenti; nel Mezzogiorno la fecondità resta stazionaria rispetto all’anno precedente (1,26 figli per donna) mentre al centro è scesa da 1,23 a 1,19. A livello regionale, la Sardegna continua a presentare il livello più basso: un figlio per donna. Le differenze nella fecondità totale sono spiegate dal diverso contributo delle donne straniere: 2,1 al nord, 1,78 al centro e 1,86 nel Mezzogiorno. La fecondità delle cittadine italiane è passata da 1,21 del 2018 a 1,18 nel 2019, scendendo per la prima volta sotto il minimo storico del 1995.

Con il Family Act voluto dal ministero per la Famiglia finalmente qualcosa sembra muoversi: un assegno mensile per chi ha figli a carico, agevolazioni, sconti per gli asili, detrazioni fiscali. Se resta un provvedimento isolato, aiuterà ma non potrà invertire la tendenza pesantemente negativa. “In questi giorni si discute della portata storica dell’assegno unico e di una più complessiva revisione dei provvedimenti per le famiglie in materia fiscale, il Family Act. Ritengo tuttavia insufficienti gli interventi di natura solo fiscale – commenta Donatella Possemato - c’è la necessità di potenziare il territorio di centri per le famiglie, per il sostegno alla genitorialità, per la conciliazione famiglia-lavoro, per i servizi di prima infanzia, a volte scadenti e assolutamente insufficienti a garantire alla donna la continuità al lavoro. Vanno realizzati percorsi dedicati alla protezione del rapporto e della salute materno-infantile. C’ė inoltre la possibile spinta a favore delle nuove generazioni grazie, appunto, al Next Generation europeo, che richiede la capacità di realizzare progetti mirati e concreti sugli snodi della formazione, del lavoro e dei progetti di vita. Per ora purtroppo se ne parla soltanto ma ancora non se ne ha contezza”.

Per comprendere quanto siano fondamentali le future generazioni e una progettualità, il Next Generation Eu è stato definito dalla stessa presidente della Commissione europea (madre di sette figli) Ursula von der Leyen “un’alleanza tra generazioni in virtù della quale l’Ue per la prima volta prende in prestito denaro dai nostri figli”.

Che cosa pensa da specialista del settore, dottoressa Possemato? “L’incentivo a programmare azioni a favore della crescita demografica a sostegno delle famiglie – sottolinea - è giustificato dalle previsioni che già lasciano intravedere l’insostenibilità del nostro sistema di welfare dal punto di vista pensionistico e sanitario. Dobbiamo iniziare a capire che un Paese senza giovani non ha futuro. Il nostro incremento demografico risulta tra i più bassi dell’Europa, a fronte di un indice di vecchiaia tra i più alti, con evidenti conseguenze in termini di incremento della spesa pubblica e della complessiva crescita della produttività. Questo genera una serie di squilibri sociali con conseguenze a dir poco drammatiche sui livelli di diseguaglianza, che inevitabilmente finiscono per incidere sui redditi bassi, sugli oneri di cura dei figli e degli anziani”. Come comportarsi dunque? “L’attuale sistema sanitario e sociale – spiega - accelera l’adozione di nuove politiche in grado di affrontare due questioni centrali: il potenziamento della rete ospedaliera attraverso un’efficace integrazione e la medicina territoriale che invece non ci aiuta per nulla. La denatalità va affrontata a 360 gradi. Vanno pure protette le strutture di ostetricia, in quanto tra tutte le discipline della medicina è quella che presenta il più alto rischio clinico e per garantirne un abbattimento sia le strutture che i ginecologi e i neonatologi affrontano premi assicurativi altissimi. Il parto è l’evento più anelato ma anche quello che maggiormente rischia di trasformarsi in tragedia”.

Donatella Possemato prosegue con quello che ancora servirebbe per offrire un servizio degno, che nonostante tutto molte cliniche ancora mettono a disposizione delle donne: “Stanno chiudendo moltissimi centri a causa di costi elevati. Pensare che un parto spontaneo per il servizio sanitario nazionale equivale al costo di un iPhone, il Drg (diagnosis-related group, sulla base del quale si remunerano alle strutture le prestazioni sanitarie, ndr) per tutta un’equipe e due notti di ricovero è di 1.200 euro. Lo Stato quindi di fatto non garantisce centri di ostetricia: a esempio, nel 2020, in una località rinomata come Cortina sono nati solo 23 bambini perché non c’è il reparto e nessuno vuole trovarsi in un’emergenza che potrebbe sfociare in tragedia, con un ospedale a chilometri di distanza difficile da raggiungere. Lo stesso accade all’isola della Maddalena dove hanno chiuso l’ostetricia perché costava troppo”. Allora ci si lamenta da un verso che i bambini non nascono ma dall’altro non facciamo nulla perché una donna si senta sicura di partorire? “Questo è uno dei tanti problemi. La denatalità – ribadisce - va affrontata da più prospettive: quella clinica, per cui si dovrebbe abbassare l’età delle gestanti in quanto attualmente si va dai 37-38 anni in su e ciò comporta aumento di cesarei e di rischio clinico. Per quanto l’estetica di una donna oggi possa essere premiante anche a 45 anni, l’orologio biologico rimane lo stesso, e naturalmente anche la prospettiva lavorativa. Non si può penalizzare le donne, anzi oggi a maggior ragione grazie allo smart working si può investire sulla donna in età fertile. Ciò non deve, però, essere scevro da politiche attive e sociali di incentivi di assistenza all’infanzia e, per le adolescenti, di educazione alla salute e al rispetto di sé”. In effetti a quell’età si ha timore di affrontare il ginecologo e una piccola infezione trascurata a 13 anni porta in seguito a problemi ben più grandi, basti pensare al papillomavirus. Nella casa di cura Santa Famiglia esiste uno sportello per le adolescenti gestito da ginecologhe giovani che parlano la “lingua” delle giovanissime e che possono metterle a loro agio. “Spesso riscontriamo problemi di amenorrea dietro i quali si nasconde il disturbo alimentare – prosegue Donatella Possemato - un altro buco nero della sanità è la gestione di anoressia e bulimia che tra l’altro accelera il processo verso la sterilità, per non parlare di chi non ce la fa: nell’ultimo anno sono morte oltre 3mila persone a causa di disturbi alimentari, una patologia che appartiene per il 95% al mondo femminile. Anche su questo fronte non esistono politiche di sostegno e attenzioni sanitarie di cura e riabilitazione”.

Questo suo punto di vista come lo ha tradotto nella pratica operativa? “Da donna – replica - ho cercato di declinare problematiche e fragilità femminili che la casa di cura Santa Famiglia accoglie con un approccio multidisciplinare. Essere donne oggi è un privilegio per chi attua il proprio percorso di vita con consapevolezza e recupero delle proprie naturali inclinazioni. Il senso materno è il più importante di questi istinti primordiali che fanno la differenza. Il nostro slogan in Santa Famiglia infatti è ‘Nasci con noi, camminiamo con te’: siamo in prima linea per garantire il benessere della mamma, del bambino e in generale della famiglia, grazie alle azioni di accompagnamento durante il periodo prenatale finalizzate a garantire alle coppie il recupero di una consapevole genitorialità e, allo stesso tempo, la valorizzazione della figura dei nonni. Gli anziani rappresentano tradizione, saggezza e memoria storica nel nucleo familiare, senza considerare l’aiuto che possono offrire ai nipoti, e invece sono stati spazzati via dal virus e, in certi casi, nell’indifferenza. Tema – conclude Donatella Possemato - su cui anche papa Francesco ci ha richiamati nell’enciclica ‘Fratelli tutti’ del 3 ottobre scorso”.

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