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RADIOLOGIA INTERVENTISTICA

· SANITA' ECCELLENZE

Di > KATRIN BOVE >>

Il dott. Germano Scevola opera e dirige il reparto di Radiologia Interventistica dell’Ospedale Pertini di Roma, dove vengono eseguite procedure interventistiche vascolari, extravascolari, trattamenti oncologici e di interventistica muscoloscheletrica.

Quanti medici e infermieri collaborano nel reparto da Lei diretto?

L’unità di Radiologia Interventistica dell’ospedale Sandro Pertini di Roma è composta da 5 dirigenti medici radiologi, 1 dirigente medico afferente alla struttura e da un pool infermieristico dedicato che consente di avere due unità infermieristiche per turno, un tecnico di radiologia per turno ed un ausiliario.
 
Quanti interventi vengono effettuati ogni anno?
Le prestazioni sono differenziate. Nella sala angiografica, dove vengono eseguite procedure interventistiche vascolari, extravascolari, trattamenti oncologici e di interventistica muscoloscheletrica, nel 2019 sono state eseguite 2010 procedure; nella sala TC sono state eseguite 173 biopsie polmonari, mentre nella sala ecografica dedicata ad attività di interventistica ambulatoriale, Ecocolordoppler vascolari e visite di radiologia interventistica sono transitati complessivamente 4800 pazienti.
 

Come state affrontando nella vostra struttura, o meglio, nel vostro reparto l’emergenza Covid-19?
L’ospedale, come altri poli ospedalieri, ha subito una riorganizzazione differenziando i percorsi di accesso per pazienti COVID; alcuni reparti sono stati spostati in altri poli ospedalieri della ASL e vi è stata una chiusura di reparti di degenza WEEK che solitamente utilizziamo per ricoverare i nostri pazienti. Fortunatamente a seguito del mancato picco di ricoveri atteso per fine marzo è venuta meno la necessità di mantenere questa separazione e progressivamente, seguendo le specifiche indicazioni regionali, si è ripristinata la normale attività ambulatoriale e di ricovero sottoponendo in questo caso i pazienti al test mediante tampone .
La nostra Unità ha continuato ad erogare le prestazioni per i pazienti interni e, nel caso di sospetti o accertati casi positivi per COVID, le prestazioni sono state erogate in una sala operatoria dedicata. Per quanto concerne le prestazioni ambulatoriali sono state erogate quelle in regime di urgenza con posti dedicati secondo le indicazioni dei RAO (Raggruppamenti omogenei di attesa).

Lei è un radiologo interventista, potrebbe definirci i campi d’interesse della sua specialità? E quali sono i percorsi specialistici dove siete più all’avanguardia?
Il Radiologo Interventista è uno specialista in Radiologia che opera con approccio percutaneo, senza far ricorso ad accesso chirurgici e quindi in modo mininvasivo, guidato nella sua azione dall’imaging radiologico; viene quindi utilizzato l’approccio fluoroscopico in caso di procedure eseguite in sala angiografica, oppure la guida ecografica o la guida TC. Queste metodiche nelle moderne sale angiografiche possono coesistere.
L’obiettivo non è quello di sostituire la chirurgia ma affiancarla come valida alternativa in particolare quando l’intervento tradizionale comporta rischi superiori e meno vantaggi a lungo termine.
Nell’ambito di queste procedure i centri si possono differenziare adattando l’attività in relazione alle specialistiche presenti nel centro; pertanto alcuni centri effettuano procedure prevalentemente oncologiche o prevalentemente muscoloscheletriche.
Il nostro centro, inserito in un ospedale plurispecialistico ad eccezione delle procedure di neuroradiologia interventistica, eroga tutte le prestazioni della Radiologia Interventistica con maggior prevalenza delle procedure endovascolari dove in ambito periferico possiamo dire di essere un polo di riferimento per il trattamento delle vasculopatie arteriose del piede diabetico e del salvataggio d’arto con oltre 150 rivascolarizzazioni di arti inferiori l’anno.

Quanto conta l’aggiornamento tecnologico nella sua pratica quotidiana?
Operando in modo mini invasivo l’aggiornamento tecnologico e quindi la possibilità di eseguire le nostre procedure con device sempre più piccoli e performanti risulta essere un elemento determinante per la riuscita del trattamento. Nella mia esperienza personale posso dire che ho visto nel corso della mia attività una progressiva miniaturizzazione dei device. Se all’inizio degli anni ’90 eseguivamo le angiografie diagnostiche con cateteri da 7 Fr, ovvero con foro di puntura di 2.6 mm, ora per le stesse procedure usiamo routinariamente cateteri da 4 o 5 Fr e quindi da 1.3 a 1.4 mm. Anche per il posizionamento degli stent e delle protesi, che prima necessitavano di dispositivi di “ingresso” di grosso calibro, attualmente è possibile utilizzarli con accesi da 4 a 6 Fr riducendo il rischio di complicanze nelle sedi di accesso vascolare.

 

Sappiamo che una delle patologie più frequenti e limitanti la qualità della vita è la malattia delle arterie delle gambe, che opzioni terapeutiche ci sono?
Due sono le condizioni che portano alla nostra osservazione i pazienti con patologia arteriosa delle gambe: la “claudicatio intermittens”, ovvero la necessità di fermare la propria marcia per l’insorgenza di un dolore crampiforme-muscolare al polpaccio o alla coscia per lo scarso apporto di sangue ossigenato, ed il piede diabetico con o senza presenza di ulcere, quest’ultima condizione di urgenza.
In entrambi i casi l’obiettivo principale è rivascolarizzare il/i distretti anatomici sofferenti. Le opzioni terapeutiche che abbiamo a disposizione sono rappresentate dell’angioplastica con palloncino, che può essere medicato o non medicato, dallo stenting primario o in seguito all’angioplastica. Nel caso della ricanalizzazione arteriosa questa può seguire il percorso endoluminale o in caso di impossibilità a mantenere la via anatomica utilizzando la via sub-intimale ovvero creando un passaggio fra la tunica intima e la tunica muscolare del vaso.

 

Esiste un materiale per le stenosi e occlusioni delle arterie delle gambe che Lei predilige?
Non parlerei di materiale quanto di un insieme di presidi da scegliere nella programmazione dell’intervento che vanno dall’introduttore usato per l’accesso vascolare, alle guide idrofile e microguide usate sia per le occlusioni totali sia per superare tortuosità importanti, ai palloncini da angioplastica con basso profilo per facilitare l’attraversamento delle stenosi distali, ai sistemi di tromboaspirazione fino agli stent di ultima generazione, progettati per sopportare una torsione e flessione nel distretto femoro-popliteo di gamba.

 

Che cos’è il piede diabetico?
Il piede diabetico è una frequente complicanze della malattia diabetica: si stima che di tutti i pazienti con diabete fino al 30% possano avere nel corso della vita una sintomatologia legata al piede diabetico e di questi, il 50% svilupperà ulcere distali. E’ frequentemente collegato a un ridotto afflusso di sangue arterioso (arteriopatia ostruttiva) agli arti inferiori che nel paziente diabetico colpisce prevalentemente i vasi di gamba sotto il ginocchio. Segni clinici di questo ridotto afflusso di sangue sono l’insorgenza di dolore muscolare dopo circa 150 m di cammino (tipicamente polpaccio e/o coscia), che regredisce prontamente con il riposo, il dolore a riposo (in particolare in decubito orizzontale) e nei casi inveterati la comparsa di ulcere e/o gangrena del piede. Purtroppo nel paziente diabetico non è infrequente che il quadro clinico d’esordio sia il dolore a riposo o la presenza di lesioni trofiche; questo per l’elevata resistenza al dolore per la concomitante neuropatia diabetica che spesso fa passare inosservata o asintomatica la claudicatio.
Come dicevo lo scopo del trattamento è la rivascolarizzazione endovascolare con lo scopo di apportare proprio nel distretto distale del sangue ossigenato che favorisca la guarigione dell’ulcera. Studi clinici ormai consolidati hanno dimostrato come un corretto afflusso di sangue al piede non solo migliori la capacità di guarigione dell’infezione e dell’ulcera ma riduca il tempo stesso di guarigione. Se pensiamo che il 25% dei Pazienti non trattati va incontro ad amputazione, è facile comprendere quanto sia fondamentale eseguire una procedura di rivascolarizzazione.
Nella nostra struttura il ricovero previsto è di 1-2 giorni nel reparto di degenza della Radiologia Interventistica.

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