PROSTATA: UN ROBOT PER AMICO

LA CHIRURGIA D’AVANGUARDIA

NEL TRATTAMENTO DEL TUMORE MALIGNO

· IN PRIMO PIANO

DI RICCARDO ROMANI

Il professor Massimiliano Di Marco - urologo, dottore di ricerca e docente al Master di Chirurgia laparoscopica e robotica dell’università “La Sapienza” Polo Pontino - dirige l’Unità operativa di urologia Urosalus della clinica Ars Medica di Roma.

Tra le principali attività svolte dal professor Di Marco e dai suoi collaboratori all’interno della struttura sanitaria spicca il trattamento chirurgico delle patologie oncologiche e malformative urologiche mediante l’utilizzo del robot “DaVinci”.

Tra queste la patologia più frequentemente trattata è il tumore maligno (adenocarcinoma) della prostata

La prostata è una ghiandola genitale di piccole dimensioni che si trova al di sotto della vescica al cui interno c’è l’uretra, il canale attraverso il quale l’urina esce all’esterno.

La ghiandola è divisa in due zone, una centrale ed una periferica. La prima intorno all’uretra e la seconda più esterna che ricopre la prima.

Dalla zona più interna origina l’adenoma, cioè la ghiandola che si può ingrossare e con il tempo può produrre sintomi tali da portare il paziente dal medico, e la zona esterna o capsula che non è altro che tessuto identico a quello della zona più interna ma più compresso e agli esami radiologici risulta differenziabile dal precedente; da quest’ultimo è più facile che originino le malattie tumorali.

La ghiandola svolge un importante ruolo nella fertilità e nel meccanismo dell'eiaculazione. La prostata produce l’80% di tutto l’eiaculato, una sua compromissione chiaramente pregiudica l’attività sessuale.

In Italia, il tumore della prostata è il primo tumore che colpisce l'uomo, con un’incidenza del 12%, e supera il tumore del polmone che arriva al 10% circa. Ogni anno in Italia si registrano 42.804 tumori con 9.070 decessi (dati del reparto di Epidemiologia tumori-Centro nazionale di epidemiologia, sorveglianza e promozione della salute- Istituto superiore di sanità 2015). Ogni anno vengono scoperti circa 17mila nuovi casi, di questi il 20% è già allo stadio metastatico. Poiché l'età media della popolazione maschile italiana è sempre più elevata, non può che peggiorare l'incidenza di questo tumore, rispetto al quale l'età è uno dei principali fattori di rischio conosciuti: oggi in Italia ci sono oltre 9.300.000 uomini al di sopra dei 50 anni, potenzialmente a rischio.

Il principio fondamentale per ridurre il pericolo è l'attenzione e la sensibilità alla prevenzione. Le statistiche ci dicono che gli uomini sono molto più restii delle donne ad adottare regolarmente misure per la prevenzione e la diagnosi precoce. Secondo uno studio, ad esempio, solo il 32% dei maschi italiani tra i 50 e i 70 anni di età conosce il significato del test del Psa, il principale strumento diagnostico nella lotta al tumore della prostata, oltre ovviamente all’esame clinico mediante esplorazione rettale. L’Ecografia trans rettale utilizzata principalmente per valutare i diametri prostatici è divenuta purtroppo un metodo per “dare un’occhiata” alla prostata e stare tranquilli. L’utilizzo dell’ecografia prostatica trans rettale non è suggerito se non in casi di dubbio diagnostico ma comunque non è sufficiente da solo a diagnosticare: permette di valutare ottimamente le dimensioni della prostata e l’ecostruttura interna della ghiandola valutando la presenza di calcificazioni che potrebbero trarre in inganno con il solo esame clinico obiettivo.

L’esame cardine nella diagnosi della neoplasia maligna della prostata è oggi la Risonanza magnetica multiparametrica che permette di individuare aree sospette per neoplasia e, nel caso fossero evidenziate, di effettuare una biopsia della ghiandola molto accurata e precisa: la biopsia prostatica transperineale con tecnica “Fusion”. Il termine “Fusion” deriva dal fatto che questa biopsia viene guidata dalla risonanza magnetica appena effettuata e da una ecografia prostatica trans rettale effettuata in “real time” cioè durante la biopsia le cui immagini si vanno appunto a “fondere” con quelle del primo esame determinando la zona target da bioptizzare.

Il trattamento del tumore maligno della prostata è molteplice e dipende da numerosi fattori come l’età del paziente, lo stadio della malattia e le eventuali patologie concomitanti. Tra i diversi trattamenti spicca il trattamento chirurgico mediante la tecnica laparoscopica assistita dall’utilizzo del robot “Da Vinci”.

Il robot “Da Vinci” è un dispositivo che permette, mediante l’ausilio di bracci robotici, di simulare perfettamente le mani del chirurgo ampliandone addirittura la liberta di movimento naturale.

L’accesso alla cavità addominale è permesso attraverso sei forellini di 8 millimetri di diametro dove vengono posizionati dei supporti (trocars) del tutto simili a quelli utilizzati in laparoscopia.

Per mezzo di questi trocars si posizionano gli strumenti robotici all’interno della cavità addominale.

Gli strumenti, simili a quelli che si usano in laparoscopia, hanno, a differenza di questi ultimi, delle estremità articolabili che permettono movimenti paragonabili a quelli delle mani umane risultando quindi estremamente precisi e affidabili.

Il chirurgo siede dietro una consolle da dove manovra gli strumenti operativi in modalità remota.

La consolle comunica con l’unità centrale del robot in modalità remota e cioè a distanza dal tavolo operatorio ma comunque in sala operatoria (la consolle potrebbe trovarsi anche a chilometri di distanza dalla sala operatoria ma non è ovviamente consentito che il chirurgo non si trovi in sala operatoria).

Il controllo della consolle, degli strumenti e di qualsiasi altro dispositivo è gestito totalmente dal chirurgo e sono attivi numerosi sistemi di protezione del software di gestione che garantiscono la totale sicurezza della procedura.

I risultati post operatori sono eccellenti superando notevolmente quelli della chirurgia tradizionale “a cielo aperto” e della laparoscopia, per quel che riguarda l’aspetto funzionale.

I pazienti sottoposti a questa procedura infatti, hanno una bassissima percentuale di “effetti collaterali” come la incontinenza urinaria e il deficit erettile.

L’incontinenza urinaria e l’impotenza sessuale erano in passato osservate, nei pazienti che venivano operati mediante chirurgia tradizionale, abbastanza frequentemente con percentuali piuttosto alte.

La laparoscopia semplice ha abbassato molto queste percentuali ma sicuramente i risultati migliori si ottengono oggi mediante la chirurgia robotica attestandosi a circa il 80 % per la conservazione della potenza sessuale e al 90 % per la conservazione della totale continenza urinaria.

Questi ottimi risultati sono resi possibili sia dalla grande versatilità degli strumenti operatori sia dalla possibilità di avere una visione del campo operatorio molto ingrandita che permette quindi di individuare le strutture anatomiche in modo più accurato e preciso.

In particolare, le strutture nervose che si trovano lateralmente alla prostata deputate alla erezione possono essere isolate grazie alla visione amplificata del campo operatorio e, quindi, risparmiate impedendo danni alla sessualità del paziente.

Anche le strutture legamentose e muscolari deputate alla continenza urinaria vengono preservate grazie alla precisione del robot “Da Vinci”.

Il dolore post operatorio è quasi assente per la mancanza di vere e proprie incisioni della parete addominale e già dalla sera stessa dell’intervento chirurgico è possibile alimentarsi.

La ospedalizzazione del paziente è ridotta (circa tre giorni) e permette una convalescenza molto breve e una rapida ripresa delle normali attività quotidiane.

Nello scorso mese di marzo erano presenti nel mondo 5669 robot “Da Vinci” e in Italia a settembre 2020 ne erano presenti 128.

L’intervento chirurgico è erogabile dal Sistema sanitario nazionale, con nessuna spesa quindi a carico del paziente, e anche da molte assicurazioni private.

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