Non solo Covid

DALL’INIZIO DELL’EPIDEMIA GLI ITALIANI NON SI CURANO PIU’. ED ESISTE IL RISCHIO DI UN BOOM DI MORTI PER ALTRE CAUSE

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Di Danilo Quinto

In Italia, l'emergenza Covid-19 ne ha prodotta un'altra, altrettanto drammatica. Quella dei malati di altre patologie che non si curano, perché non possono curarsi per impedimenti oggettivi oppure perché hanno paura del contagio se si recassero nelle strutture specialistiche delle strutture pubbliche, per la maggior parte impegnate per i pazienti colpiti da Coronavirus.

Prendendo in considerazione i dati Istat sulla mortalità e le cause principali di decesso in Italia (gli ultimi dati aggiornati disponibili sono relativi al 2017, su un totale di morti pari a 650.614), il numero più alto dei decessi è legato, tra l'altro, a malattie del sistema circolatorio, 232.992 (ischemie, infarti, malattie del cuore e cerebrovascolari); malattie del sistema respiratorio, 53.372; malattie del sistema nervoso (Parkinson, Alzheimer), 30.672; malattie endocrine, nutrizionali e metaboliche (diabete), 29.519; disturbi psichici e comportamentali, 24.406; malattie dell'apparato digerente, 23.261; suicidi, omicidi, incidenti stradali, 20.565; malattie infettive e parassitarie, 14.070; malattie dell'apparato genitourinario, 12.017; malattie del sistema osteo-muscolare e del tessuto connettivo (artrite), 3.651.

Nel mese di ottobre 2020, il Tribunale dei diritti del malato ha diffuso dati drammatici: dall'inizio dell'epidemia da Covid-19 sono stati sospese o sono saltate quasi 18 milioni di prestazioni nel settore pubblico: 13 milioni di visite specialistiche, 300mila ricoveri, 500mila interventi chirurgici e 4 milioni di screening oncologici. I numeri riguardano sia i pazienti cronici, sia le nuove diagnosi. Il Tribunale dei diritti del malato sottolinea che questa situazione si protrae e riguarda sia i pazienti cronici, sia le nuove diagnosi. Le attese si misurano in semestri ed in un tempo ancora più lungo in alcune regioni, con la conseguenza di peggiorare la prognosi di molti pazienti. E' possibile prenotare solo visite con priorità “U-urgenti”, ma anche per queste visite i tempi sono dilazionati. Il Tribunale dei diritti del malato sottolinea la mancanza delle linee guida per poter riprogrammare le visite saltate nel periodo marzo-settembre, nonostante il Consiglio dei Ministri, sin dal 7 maggio, abbia invitato le Regioni a predisporre un piano organizzativo per il recupero delle visite e delle prestazioni sanitarie.

Tra le regioni, la Lombardia ha tentato di sanare la situazione con la delibera n. 113520 del 5 agosto 2020, che prevede come obiettivo per la valutazione dei Direttori generali degli Ospedali che le Ats, le Agenzie di Tutela della Salute del territorio, il recupero delle prestazioni specialistiche ambulatoriali ridotte o rinviate a causa dell’emergenza Covid ed ha obbligato le Ats ad eseguire nel secondo semestre del 2020 un numero di prestazioni pari ad almeno il 95% di quelle dello stesso periodo del 2019. Un'altra misura presa dal Governo è quella di aver incrementato di 478 milioni di euro il finanziamento al Servizio Sanitario Nazionale per ridurre le liste d’attesa, di cui 80 milioniper la sola Regione Lombardia, ma evidentemente tutto questo non basta.

In base alle valutazioni del Tribunale dei diritti del malato, si sarebbero dovute affrontare tre priorità: le assunzioni, colmando il depauperamento che si è verificato dal 2010 al 2018 con il taglio di almeno 40mila posti di lavoro nel Servizio sanitario nazionale e stabilizzando i contratti precari che erano stati fatti nella prima fase dell'emergenza; acquisire nuove risorse economiche; investire sugli Ospedali, tenendo conto la quasi totale sospensione dell'attività ordinaria è stata dovuta alla loro situazione strutturale, che ha causato in moltissimi casi l'impossibilità di separare malati per Covid-19 dagli altri. Priorità che finora sono state disattese, mettendo in serio pericolo il diritto alla salute sancito dalla Costituzione.

Accanto a queste carenze strutturali, un'altra causa importante di malati di altre patologie che non si curano è dovuta alla paura del contagio. La Società Italiana di Cardiologia ha documentato che rispetto al 2019 la mortalità associata a problemi di cuore è aumentata di circa 3 volte (dal 4,1% al 13,7%); allarmante è la riduzione dei ricoveri da infarto: meno 52,1% al Nord e al Sud e meno 59,3% al Centro. Rispetto al tipo di patologia cardiovascolare, la diminuzione è stata del 47% per i ricoveri per scompenso cardiaco; del 53% per fibrillazione atriale; del 29,4% per malfunzione del pace-maker. Secondo la Società Europea di Cardiologia, si rischia un'ondata di malattie cardiovascolari dovuta alla scarsa prevenzione e alla mancata diagnosi. Anche i malati di tumore hanno paura. Una ricerca dei mesi scorsi dell'Università Politecnica delle Marche e degli Ospedali Riuniti di Ancona su oltre 700 pazienti oncologici provenienti da tutt'Italia, ha indicato che il 70% dei malati teme di essere colpito dal virus. Inoltre, il 53% degli intervistati ha paura che la chemioterapia possa aumentare le probabilità di contagio e il 35% pensa la stessa cosa dell’immunoterapia. Nel mese di luglio, Incisive Health, società di consulenza in tema di politiche sanitarie, ha diffuso i risultati di un sondaggio condotto in Francia, Germania, Italia, Spagna e Regno Unito, in base al quale più della metà degli italiani, il 55%, aveva paura di andare al pronto soccorso e in ospedale. Lo stesso timore si manifestava quando si tratta di visitare un medico specialista in ospedale (45%) e il medico di famiglia (43%). Ora, la situazione si è modificata rispetto ad alcuni mesi fa: nella cosiddetta fase 2, negli ospedali si riversa la paura del Covid e il sistema ospedaliero accoglie pazienti che in buona parte potrebbero essere curati a casa. Ma questo è un altro aspetto di questa dolorosa vicenda che ci avvolge tutti.

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