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MEDICI IN PRIMA LINEA

NELLA BATTAGLIA CONTRO IL CORONAVIRUS

QUESTI PROFESSIONISTI HANNO FATTO MIRACOLI.

MA RIMANGONO ALLE PRESE CON I PROBLEMI DI FONDO

· SANITA' ECCELLENZE,ZOOM ON

Di Danilo Quinto

Al 30 giugno 2020, è di 171 il bilancio dei medici morti per Covid19 in Italia. L’elenco è pubblicato sul sito della FNOMCeO. Il presidente, Filippo Anelli, commenta: “I morti non fanno rumore, non fanno più rumore del crescere dell’erba, scriveva Ungaretti. Eppure, i nomi dei nostri amici, dei nostri colleghi, messi qui, nero su bianco, fanno un rumore assordante. Così come fa rumore il numero degli operatori sanitari contagiati, che costituiscono ormai il 10% del totale. Non possiamo più permettere che i nostri medici, i nostri operatori sanitari, siano mandati a combattere a mani nude contro il virus. È una lotta impari, che fa male a noi, fa male ai cittadini, fa male al paese.”.

L'INAIL ha ricevuto, alla data del 15 giugno, 49.021 denunce di infortuni sul lavoro da parte degli operatori della sanità e dell’assistenza sociale. C’è una diversità da registrare – e da sanare, attraverso un intervento legislativo - tra i medici (ed anche dentisti, farmacisti e tecnici sanitari) che lavorano con contratto in una struttura sanitaria pubblica o privata che hanno preso il Covid dai pazienti e i medici di famiglia e gli operatori che lavorano fuori da un ospedale. I primi hanno diritto ad un indennizzo dall’Inail (perché il contagio viene trattato come infortunio sul lavoro) in caso di un’invalidità permanente, che in caso di morte viene pagato ai familiari. I secondi, no: pagano volontariamente una polizza assicurativa,che copre i danni da infortuni. A differenza dell’Inail,però, le compagnie assicurative private attualmente escludono che il contagio possa essere considerato un infortunio e non coprono i danni. Lo fanno solo se l’assicurato ha stipulato una polizza specifica anche contro le malattie.

Il Covid19 ha colpito con particolare virulenza, sia in termini di morti che di contagiati, una categoria di professionisti che negli ultimi anni ha sofferto – come sottolinea il recente Rapporto della Corte dei Conti sulla Finanza Pubblica -due fenomeni diversi che hanno inciso sulle dotazioni organiche: il permanere per un lungo periodo di vincoli alla dinamica della spesa per personale e le carenze di personale specialistico. Al 31 dicembre 2018, il personale a tempo indeterminato del SSN era inferiore a quello del 2012 per circa 25.000 lavoratori (41.400 rispetto al 2008). Tra il 2012 e il 2017 il personale dipendente a tempo indeterminato in servizio presso le Asl, le Aziende Ospedaliere, quelle universitarie e gli IRCCS pubblici si è ridotto di poco meno di 27 mila unità (-4 per cento). Nello stesso periodo, il ricorso a personale flessibile, in crescita di 11.500 unità, ha compensato questo calo solo in parte. La riduzione del personale ha assunto caratteristiche e dimensioni diverse tra Regioni in Piano di rientro e non. Nelle prime, il personale a tempo indeterminato si è ridotto di oltre 16.000 unità, ma con differenze accentuate tra regioni: riduzioni particolarmente forti (tra il 9 e il 15%) nel Molise, nel Lazio e in Campania. Solo poco inferiori quelle di Calabria e Sicilia, mentre Abruzzo e Puglia hanno contenuto di molto le riduzioni. Nelle Regioni non in Piano la flessione è stata molto più contenuta (-2,4 per cento).

Nel periodo, il personale medico si è ridotto di oltre 3.100 unità (-2,9 per cento). Una variazione in parte compensata da aumenti delle unità a tempo determinato. La flessione dei medici si è tuttavia concentrata nelle Regioni in Piano: 2.867 unità riconducibili soprattutto alle 3 Regioni maggiori, cui sono riferibili riduzioni nelle dotazioni per oltre 2.800 unità. Nelle Regioni non in Piano il numero di medici si è ridotto di sole 242 unità, più che compensate a livello complessivo dalla crescita delle posizioni a tempo determinato (+1220).

La seconda problematica riguarda la carenza di medici specialisti in alcuni specifici ambiti. Per farvi fronte sono stati assunti provvedimenti già con la legge di bilancio per il 2019, per culminare con la previsione di ulteriori interventi nel Patto della salute e nel più recente decreto milleproroghe (d.l.162/2019, art.5-bis).

C’era da affrontare la futura carenza dei medici di medicina generale: oltre il 63% dei 45.000 MMG ha un’età uguale o superiore ai 60 anni e circa 1 su 5 è nella fascia di età 65-70 anni. Sono state adottate misure dirette a favorire sia la possibilità di un numero più ampio di specializzandi, che una più rapida immissione nel mondo del lavoro.

Per quanto riguarda l’immissione nel SSN, il decreto-legge 135 del 2018 (all’art. 9) ha previsto che i laureati in medicina e chirurgia abilitati all'esercizio professionale, iscritti al corso di formazione, possono da subito partecipare all'assegnazione degli incarichi convenzionali, secondo quanto previsto dall'Accordo collettivo nazionale, salvo poi a decadere dalle graduatorie regionali ove non conseguano il prescritto attestato. Per potenziare la presenza e il ruolo dei MMG sul territorio, sempre il decreto-legge n. 35 del 2019 ha previsto la possibilità d’incrementare il numero massimo di assistiti in carico ad ogni medico di medicina generale.

Anche per le altre specializzazioni la carenza futura dei medici ha portato a finanziamenti aggiuntivi da destinare ai contratti di formazione specialisticae a favorirel’ammissione di medici alle scuole di specializzazione di area sanitaria.

E’ stata estesa la platea degli specializzandi che possono partecipare alle procedure concorsuali anche a quelli iscritti al penultimo anno di corso per le scuole di specializzazione di 5 anni ed è stata prevista la possibilità dell’assunzione con contratto di lavoro subordinato a tempo determinato - con orario a tempo parziale, in ragione delle esigenze formative - degli specializzandi che si sono utilmente collocati nelle graduatorie. E’ stata prevista l'ammissione anche degli specializzandi iscritti al terzo anno del corso di specializzazione alle procedure concorsuali per l'accesso alla dirigenza del ruolo sanitario e al contempo di prorogare al 31 dicembre 2022 le disposizioni che prevedono la possibilità di assumere con contratto di lavoro subordinato a tempo determinato gli specializzandi utilmente collocati nelle graduatorie concorsuali. Al fine di far fronte alla carenza momentanea di medici specialisti, ci si è altresì impegnati a prevedere fino al 2022 la possibilità di consentire ai medici specialisti, su base volontaria e per esigenze dell'azienda o dell'ente di appartenenza, di permanere in servizio anche oltre il limite di 40 anni di servizio effettivo e comunque non oltre il settantesimo anno di età.

Come afferma la Corte dei Conti, l’Italia è in cima alle graduatorie europee: operano in Italia 3,9 i medici per 1000 abitanti contro i 4,1 in Germania, i 3,1 in Francia e i 3,7 in Spagna. In Italia, per questa categoria si conferma (anche grazie al blocco del turn-over) un incremento dell’età media del personale: ha più di 55 anni oltre il 50% degli addetti, la quota più elevata in Europa e superiore di oltre 16 punti alla media Ocse; si tratta in prevalenza di medici specialisti. Ciò è alla base della fuga dal Paese di un rilevante numero di soggetti: negli ultimi 8 anni, secondo i dati Ocse, sono oltre 9.000 i medici formatisi in Italia che sono andati a lavorare all’estero. Regno Unito, Germania, Svizzera e Francia sono i mercati che più degli altri hanno rappresentato una soluzione alle legittime esigenze di occupazione e adeguata retribuzione quando non soddisfatte dal settore privato nazionale. Una condizione che, pur deponendo a favore della qualità del sistema formativo nazionale, rischia di rendere le misure assunte per l’incremento delle specializzazioni poco efficaci, se non accompagnate da un sistema di incentivi che consenta di contrastare efficacemente le distorsioni evidenziate.

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