BARBARA MANGIACAVALLI

Infermieri in prima linea

· IN PRIMO PIANO

La pandemia ha mostrato i danni causati al nostro sistema sanitario da errori di programmazione e tagli indiscriminati.

Ma, nel contempo, ha messo in risalto la qualità umana e professionale dei singoli operatori

  • Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche, che ruolo hanno avuto e continuano ad avere gli infermieri nel corso della pandemia Covid-19?
  • Gli infermieri dall’inizio della pandemia ad oggi sono stati l’unica figura di vera prossimità con i pazienti, lasciati soli negli ospedali dove le famiglie non potevano accedere. Oltre agli aspetti clinico-assistenziali, quindi, c’è stato un forte coinvolgimento a livello socioassistenziale e, direi, anche emotivo. D’altra parte è una prerogativa della nostra professione essere vicini agli assistiti e lo dice il nostro stesso Codice deontologico che “il tempo di relazione è tempo di cura”. Ci siamo però trovati di fronte un sistema della prevenzione impoverito che ha retto meno, assieme all’assistenza territoriale, all’urto del Covid-19.
  • Quali sono state le principali carenze del sistema sanitario emerse durante la crisi e come hanno inciso sugli infermieri?
  • La pandemia ha mostrato anzitutto gli errori di programmazione pregressi, quando si è puntato più sull’organizzazione della rete ospedaliera, lasciando da parte la prevenzione e la rete territoriale di assistenza. Si è dovuta affrontare l’eccezionalità dell’evento con gli schemi organizzativi esistenti, spesso rivoluzionati dall’evolversi dell’emergenza e con gli strumenti a disposizione: non molti a dire la verità, perché dopo anni di tagli alla spesa sanitaria si è rivelata dannosa la diminuzione costante di personale. Inoltre è ormai nota a tutti la carenza, e in alcuni casi l’assenza, di sufficienti dispositivi di protezione personale nella prima fase della pandemia, che ha portato la categoria degli infermieri a contare oltre 40 decessi e il numero più elevato di contagi: secondo l’Inail il 48% di tutti gli operatori sanitari contagiati sono infermieri, oltre 17.000 al mese di novembre.
  • Numeri che fanno paura…
  • Sì, ed è per questo che per tutti gli infermieri colpiti a vario titolo nella lotta al Covid-19 e per le loro famiglie la Fnopi ad aprile ha messo in campo un Fondo di solidarietà, integrandolo con la raccolta fondi dedicata #NoiConGliInfermieri. Abbiamo raccolto finora quasi 3.5 milioni di euro e abbiamo erogato già un milione agli infermieri che hanno fatto richiesta.
  • Durante il lockdown gli infermieri sono stati considerati dall'opinione pubblica ‘eroi’ in prima linea. E’ stato così anche dentro le strutture, durante i ricoveri, con i pronto soccorso intasati?
  • Siamo professionisti, non eroi come spesso in questi momenti ci hanno definiti. E sappiamo che alcuni di quelli che ci hanno applaudito dai balconi, tra qualche mese torneranno a essere negativi verso gli operatori sanitari nelle sale d’attesa degli ospedali, sul territorio. Per questo, da subito, va rinnovato il patto di fiducia con i cittadini e dobbiamo e possiamo farlo anche in funzione di ciò che abbiamo imparato e compreso e che gli altri hanno imparato e compreso con noi, da noi e di noi, nel bene e nel male, nei momenti peggiori della pandemia.
  • Oggi c’è però una nuova legge contro la violenza sugli operatori sanitari.
  • La legge recentemente approvata dal Parlamento rappresenta un doppio segnale di civiltà, verso i cittadini e verso gli operatori che ora hanno una forma di tutela in più. Ogni anno circa 5mila infermieri subiscono violenze fisiche o verbali: 13-14 al giorno. L’89,6% degli infermieri è stato vittima, secondo una ricerca dell’Università di Tor Vergata di Roma, di violenza fisica/verbale/telefonica o di molestie sessuali dagli utenti sui luoghi di lavoro. Di tutte le aggressioni (secondo l’Inail) il 46% sono a infermieri, più esposti, e il 6% a medici.
  • Quali sono state le richieste degli infermieri al Governo alla luce delle criticità emerse?
  • La Fnopi ha inviato una lettera a Giuseppe Conte, Roberto Speranza e Stefano Bonaccini, che spiega in otto punti le necessità: un‘area contrattuale infermieristica che riconosca peculiarità, competenza e indispensabilità della categoria; un’indennità infermieristica che sia parte del trattamento economico fondamentale; garanzie sull’adeguamento dei fondi contrattuali e possibilità di un loro utilizzo per un’indennità specifica e dignitosa per i professionisti che assistono pazienti con rischio infettivo; garanzie di un adeguamento della normativa sul riconoscimento della malattia professionale in caso di infezione; immediato adeguamento delle dotazioni organiche con l’aggiornamento della programmazione degli accessi universitari; aggiornamento della normativa sull’accesso alla direzione delle aziende di servizi alla persona; un’intramoenia infermieristica per gli infermieri pubblici. Tutte le novità chieste per il servizio pubblico dovranno servire anche per accreditare e autorizzare le strutture private.
  • E i riconoscimenti concreti da parte del Governo?
  • Dal punto di vista morale il più bel riconoscimento è stato quello della gratitudine dei cittadini: è l’obiettivo della nostra professione garantire la loro salute. Un riconoscimento formalizzato anche da atti ufficiali, come ad esempio la nomina a cavalieri al merito della Repubblica di tre infermiere. Dal punto di vista materiale siamo destinatari, come tutti gli operatori sanitari in prima linea, del ‘bonus Covid’, un premio che però stenta ancora ad arrivare in molte Regioni e a volte è erogato in più soluzioni. E’ stata inoltre riconosciuta la carenza degli organici, con la previsione di 9.600 infermieri di famiglia in più nel decreto Rilancio, con varie assunzioni, anche con contratti ancora atipici, di migliaia di colleghi. Ma sono solo i primi passi verso la soluzione del problema: mancano almeno 53mila infermieri di cui 20mila negli ospedali (che aumenteranno con l’aumento delle terapie intensive) e oltre 30mila sul territorio.
  • Che cosa vi aspettate dal Recovery Fund?
  • Dal Recovery Fund vorremmo (perché ancora è sul tavolo dei decisori) aspettarci il vero sviluppo dell’assistenza sul territorio con la previsione non solo di nuovi organici, ma anche di tecnologie e di un’organizzazione multidisciplinare che oltre a essere messa sulla carta ha bisogno di risorse per essere concretizzata nei fatti. E restano poi aperte questioni economiche ormai storiche, come il fatto che gli infermieri sono i meno pagati d’Europa anche se svolgono con competenza e capacità un’attività ormai sotto gli occhi di tutti. E’ vero: gli aumenti spettano ai contratti che seguono regole economiche europee, ma ci sono altre fonti e altre forme per premiare la professionalità.
  • Nel frattempo la Camera ha approvato l’istituzione della ‘Giornata del personale sanitario e sociosantario’, il 20 febbraio, per ‘onorare il lavoro, l’impegno, la professionalità e il sacrificio nel corso della pandemia.
  • E’ un successo di tutte le professioni sanitarie e sociosanitarie in prima linea nella lotta alla pandemia. Gli infermieri rappresentano oltre il 41% delle forze del Servizio sanitario nazionale e oltre il 61% degli organici delle professioni sanitarie e hanno pagato un prezzo altissimo. Nonostante tutto mai nessuno ha abbandonato la prima linea e per questo è giusto che la legge li comprenda davvero tutti. Ci auguriamo adesso che nel passaggio finale al Senato sia recepito questo ultimo testo.
  • Un’ultima domanda: la seconda ondata di contagi è arrivata, come si stanno organizzando gli infermieri per farvi fronte e quali sono le prospettive e le paure per i prossimi mesi?
  • Nei prossimi mesi molto dipenderà dalla diffusione dei contagi e da ciò che avverrà dal punto di vista epidemiologico ma non si deve e non si può vivere alla giornata per cui le istituzioni devono monitorare e favorire l’applicazione delle norme. Gli infermieri ci sono e sono già stati allertati, ma il sistema sanitario non può contare solo sulla volontarietà di professionisti pronti e formati, deve avere certezze organizzative maggiori. Il personale è stato incrementato ancora in misura ridotta, che non basta ad affrontare in modo ottimale ciò che si sta prospettando.
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